Genoveffa si lamenta di quanto il suo lavoro non le piaccia, anzi le fa proprio schifo, e maledice il giorno che si è fatta convincere dal padre a studiare Giurisprudenza e accettare quell’ambito posto in banca che le toglie il respiro e la voglia di vivere ogni giorno lavorativo dell’anno.
Giuditta è a spasso da mesi, l’azienda dove lavorava ha ridotto il personale e la prima testa a cadere è stata la sua. Invia cv a raffica, scrive entusiasmanti lettere di accompagnamento, fa colloqui conoscitivi via Skype. Alla fine, puntualmente, la scartano, non le fanno sapere, il candidato ideale è un altro.
Il lunedì di Genoveffa è un incubo, dietro allo sportello a servire clienti che detesta. Il lunedì di Giuditta è desolante, sotto le coperte a singhiozzare di fronte alla giornata vuota che la aspetta.
Cos’è peggio? Avere un lavoro che ti succhia energie e scampoli di vita e che, potendo, molleresti a occhi chiusi o stare a casa con un sacco di tempo libero sprecato ad aspettare un’opportunità che non arriva mai?
Sogno un social di work exchange, dove barattare un lavoro noioso con un altro più adatto alla propria creatività o un posto a contatto con il pubblico con un ruolo asettico in catena di montaggio.
“Io lavoro in un ufficio pubblico, non ho niente da fare e rischio l’esaurimento, a qualcuno interessa?”.
“Lo prendo io, ho sempre sognato di morire di inedia!”
“Chi vuole un impiego ben retribuito ma con colleghi di merda?”
“Io, io! Tanto mi interessano solo i soldi, i colleghi li sistemo io!”.
E così via.
