chiaroscuro raven leilani

Se esistesse, assegnerei a Edith il premio “Lavora con Noia 2021”. Perché la protagonista di Chiaroscuro di Raven Leilani (Feltrinelli), romanzo d’esordio celebrato, discusso e pompato (anche abbastanza a ragione, secondo me), questo fa: lavora con noia. Sbuffa alla scrivania. Perde tempo. Si gingilla, crea diversivi (tipo condividere prodezze sessuali con colleghi a casaccio).

Se adeguatamente istruito, chiunque potrebbe fare il lavoro che faccio io, e se cadessi nel vano dell’ascensore del Forever 21 di Times Square e mi spezzassi la spina dorsale, la cosa non farebbe notizia in questo ufficio.

Edith ha 23 anni, lavora in una casa editrice, è l’unica afroamericana dell’ufficio. A suo dire il lavoro è “sempre uguale e senza prospettive” – non che lei ci metta un minimo di impegno, Cristo santo – e per certi versi mi ricorda la protagonista di Tempi eccitanti di Naoise Dolan (altro titolo pompatissimo, recensione flash: ni). Due sfaticate, in fin dei conti, incerte su quale direzione prendere, lavative fin nel midollo.

A un certo punto Edith viene licenziata (vivaddio). La buttano fuori dall’appartamento pieno di topi e scarafaggi che condivide con un’altra ragazza. Per una serie di scelte avventate per non dire distruttive, finisce a vivere a casa dell’amante molto più vecchio di lei insieme alla di lui moglie fintamente svampita e alla loro figlia adottiva non particolarmente amata né voluta e per giunta nera (grande scandalo nel bianchissimo quartiere residenziale).

(A proposito di scelte distruttive, torniamo un attimo alla questione sesso sul lavoro:

C’è qualche incontro che mi ritorna in mente, prodezze anatomiche che senz’altro sono avvenute in orario di lavoro. Certi colleghi con fantasie intricate e trasgressive che io ho soddisfatto senza battere ciglio perché dentro ero come morta.

A un certo punto Edith si mette a fare la rider, consegna qualunque cosa ai newyorkesi che non hanno voglia di alzare il culo (o che possono permettersi di non farlo). Anche qui, si mette in certe situazioni per niente simpatiche. Non sembra farsene un cruccio. Invia cv, risponde agli annunci di lavoro, ottiene colloqui (ah, la famosa flessibilità del mercato del lavoro americano!).

Ho ritoccato il mio curriculum tante di quelle volte che la mia esperienza professionale nell’editoria e nel formaggio a pasta molle è diventata esperienza professionale nel settore del giornalismo scientifico.

Di tutto il libro – scrittura graffiante, black humour, qualche momento tragico – ho sottolineato questo dialogo tra Edith e Rebecca, la moglie del suo amante vecchio. Il succo della vicenda è tutto lì.

“Non l’ho fatto apposta”, dico.

“C’è mai qualcosa che fai apposta?”

“Non è stata colpa mia”.

“Lo slogan della tua generazione”.

“Perché dev’essere per forza la mia generazione? Perché non posso essere io, soltanto io?”

“Perché non sei né la prima né l’ultima”, dice lei. “Tutta questa storia è roba vecchia”.

Con le sue prodezze sessuali, per poco non ha mandato l’amante all’altro mondo: di questo parlano Edith e Rebecca. E in effetti è così, per alcuni – degni esponenti di una generazione pigra e indolente sia sul posto di lavoro che nella scelta della pizza da ordinare a cena – è sempre colpa degli altri, altroché. Chiamate la mamma.

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