“Diventeranno tutte sciampiste, maestre di sostegno, impiegate in associazioni a scopo benefico: se chiudo gli occhi riesco a visualizzare perfettamente i loro destini scanditi da rituali precisi, vedo le macchine familiari che puzzano di sacchetti da fast-food…” (Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra, Claudia Durastanti, La Nave di Teseo)
Quando è successo esattamente? Quando abbiamo smesso di immaginarci giornaliste, amministratrici delegate, magistrate e ci siamo dette che ci sarebbe bastato essere segretarie di studio medico, operatrici del Cup e impiegate amministrative nel pubblico impiego?
Quando è successo che le nostre ambizioni ci sono sembrate troppo alte, troppo irraggiungibili, troppo fuori dalla nostra portata? Quando ci siamo rese conto che, in ogni caso, non ne valeva proprio la pena, e abbiamo gettato allegramente alle ortiche sogni, speranze e competenze?
Quando abbiamo lasciato il campo a mediocri di ogni risma, raccomandati di vario tipo e idioti di ogni sorta?
Quanto ci è costato farlo? Quanti pezzi di noi abbiamo lasciato indietro, messo da parte, seppellito? Quanto la scelta è stata consapevole? Quanto ce ne siamo pentite? Quante volte ci siamo dette “andrà meglio la prossima volta”? Quanti rospi abbiamo dovuto ingoiare?
