Ci ho ripensato quando ho letto La nuova stagione di Sivia Ballestra (Bompiani) e ci ho trovato, tra le altre cose, questa folgorante parte sul precariato.
Era stata una delle prime della sua generazione ad assaggiare i morsi della flessibilità, dei salassi fiscali su quei miseri bocconi, a ballare sullo schifoso tagadà dei contratti delle collaborazioni ontinuative mantenendosi con braccia sempre più deboli ai bordi di quel catino infernale e ingovernabile.
(La nuova stagione di Silvia Ballestra, Bompiani)
Ho ripensato a quella volta che, chiacchierando nella pausa della lezione di quel master sui cui avevamo riposto una valanga di soldi e una tonnellata di speranze, era venuto fuori che, ok, ci era piaciuta molto l’università, ma chi si era trovato un lavoro subito dopo il diploma stava certamente meglio di noi, con un bel lavoro fisso e più che discretamente remunerato fin da subito, acquisti immobiliari e matrimoni all’orizzonte.
Ho ripensato allo sguardo che mi ha rivolto uno dei capi quando ci sarebbe stato da sacrificare uno dei ponti primaverili per terminare un lavoro urgente, e ci voleva davvero grande senso di responsabilità, soprattutto da parte di chi non aveva diritto a ferie, malattia e maternità, per non parlare di uno stipendio decente, però in quel frangente era davvero indispensabile per mantenere il culo al caldo a tutti gli altri privilegiati, talmente tutelati e al riparo da qualunque folata di vento da essere perennemente sull’orlo di una crisi di nervi.
Ho ripensato a quella volta che il tal professorone ce le ha cantate: che non osassimo pensare di fare il suo stesso mestiere, noi ridicoli studenti di quel pretenzioso master universitario! Posti non ce n’erano e non ce ne sarebbero stati in futuro, ché loro col cavolo che ci avrebbero lasciato quelle poltrone su cui si erano tanto agevolmente accomodati anni prima, quando era ancora possibile entrare in un posto e dire “voglio fare questo lavoro!” e, bum!, ti eri sistemato per tutta la vita!
Ho ripensato a quella volta che la solita collega entusiasta mi ha detto che avrei potuto e dovuto sposarmi, così “hai diritto al congedo matrimoniale!”, dimenticando che non potevo neanche sentirmi male alla scrivania senza inguaiare l’azienda, figuriamoci sparire per 20 giorni senza trovare un’altra persona al mio posto o arrecare certamente un danno irreparabile ai soliti privilegiati, alla gestione del lavoro e al mondo intero, al pari di quella volta che ma certo, avrei potuto assentarmi un pomeriggio per il funerale di un familiare ma a patto di consegnare prima il lavoro, chiaro.
Ho ripensato a quella volta, forse due, che mi sono ridotta a piangere nell’ufficio del capo o alla scrivania di un collega di grado superiore, perché mi sentivo una sfigata e lo ero proprio, lo ero eccome, con il mio misero stipendietto, i diritti azzerati e le pretese di chi, invece, pensava maldestramente di consolarmi dicendo “sei giovane, non dovresti avere paura di lavorare”. (E invece non avrei dovuto aver paura di mandare a quel paese certi personaggio, casomai).
