lavora con noia blog

Le Affacciate di Caterina Perali (Neo. Edizioni)

Le prime recensioni di questo libro mi hanno spinto a comprarlo subito. Mi interessava il tema (perdere il lavoro, ritrovarsi senzag un’identità), mi incuriosiva l’autrice, mi è sempre piacuta la casa editrice che lo pubblica (se non conoscete ancora Neo. Edizioni, rimediate subito!). 

La protagonista, Nina, è un’organizzatrice di eventi (event manager, event planner… ci sarà sicuramente una definizione inglese in grado di rivestire il ruolo di un’aura di urgenza e necessità) che è appena stata licenziata e, bum, è andata nel pallone. Il resto della trama lo lascio scoprire a voi, io mi sono segnata due brani che mi hanno dato da pensare.

Ha notato che ho notato il suo cambio d’abito. Non capisco perché sia così terrorizzata dal suo giudizio. Cosa dovrei dire io che dovrei dimostrare a queste tre vecchie di essere in gamba, sebbene il mio capo mi abbia lasciato a casa togliendomi ogni speranza di futuro? 

Dunque è tutto qui? Perdi il lavoro e non sei più nessuno? Sì.

“Che lavoro fai?” non è forse una delle prime domande che facciamo a una persona appena conosciuta? E la risposta non ci permette forse di formarci un primo parzialissimo e spesso ingannevole giudizio su quella persona? E non guardiamo forse con sospetto una persona che è stata appena licenziata o momentaneamente è senza lavoro? Sì, sì e sì.

Me lo ricordo bene come mi sono sentita nei periodi in cui, licenziata o no, sono stata io la paria, quella senza lavoro. Frustrata, sola, sprecata, depressa, arrabbiata. Uno scarto della società, una donna senza obiettivi. E se incontro qualcuno a spasso da un bel po’, la tentazione di pensare che in fondo è perché non ha voglia di trovarsi un vero lavoro, beh, mi viene, sono sincera.

Ho sempre pensato che, sebbene il mio fosse un lavoro stressante, figlio della superficialità e del narcisismo, avesse qualcosa di divertente. Tutto si poteva dire, non che fosse noioso. Si fondava sull’estetica del consumo e non sull’etica del lavoro, ma su che basi un lavoro si può definire divertente? Contano di più i soldi guadagnati , le ore lavorate o la relazione tra i due fattori? Conta di più l’invidia degli altri quando racconti quello che fai o la gratificazione nel guardare i loro volti invidiosi o entrambe le cose? Di certo quando ero elemento produttivo della società, non avevo il tempo di farmi queste domande.

Per un lungo periodo anch’io ho fatto uno di quei lavori che avrebbero forse potuto scatenare l’invidia degli altri. Io invece mi sentivo la più sfigata del mondo, tanto per rimarcare ancora una volta quando il percepito altrui e il reale siano cose distanti. Che me ne facevo dell’invidia altrui se sentivo che quel lavoro mi stava rosicchiando pezzetti di me (e di vita) che non avrei più potuto recuperare? Che te ne fai della soddisfazione di aver fatto un buon lavoro se nessuno è disposto a riconoscertelo, né dal punto di vista morale che economico? Ho imparato – e ci è voluto tempo, ci sono volute lacrime – che non ne vale la pena, mai.

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