un lavoro perfetto tsumura kikuko

In fondo, è una delle prime cose che vogliamo sapere di una persona appena conosciuta: “Che lavoro fai?”
Il lavoro ci definisce. Il lavoro, in alcuni casi, ci sfinisce.

La protagonista di Un lavoro perfetto di Tsumura Kikuko (Marsilio) si è licenziata dal suo ultimo posto di lavoro perché le era venuto un esaurimento nervoso, e ora cerca solo impieghi a minima responsabilità.

Vorrei un lavoro privo di sostanza, al limite tra il gioco e l’impiego serio. Non un posto in cui un’elegante signora anziana che non ha niente di meglio da fare salta fuori dal nulla e dice: “Dovresti riposarti, sai?”, oppure: “Contiamo su di te!”. Ma soprattutto, vorrei un lavoro da poter svolgere in completa solitudine.

Quando la smettere di farci definire dal lavoro che (non) facciamo? Quando inizieremo a considerare un lavoro solo un lavoro, non ciò che stabilisce il nostro valore nel mondo?

Dopo essermi licenziata dal mio primissimo impiego a causa di un esaurimento nervoso, so bene che non mi conviene appassionarmi troppo al lavoro, ma non posso neanche evitare di sentirmi soddisfatta di quello che faccio. La verità è he sono felice quando le persone apprezzano i miei sforzi, e questo mi spinge a fare del mio meglio e a impegnarmi sempre di più.

Guardiamo con sospetto chi un lavoro non ce l’ha. Se non hai un lavoro, è evidente che c’è qualcosa che non va in te. Sicuramente stai sbagliando qualcosa. Probabilmente non devi valere poi molto.

Tutta la fiducia in me stessa e nelle mie capacità, accumulata pian piano dopo essermi laureata, è ormai ridotta a brandelli.

E chi un lavoro ce l’ha, può davvero permettersi di cambiare percorso? Di dire ad alta voce che non ne vale più la pena?

Chiunque può sentirsi così, con la voglia di scappare da un lavoro in cui un tempo credeva, di allontanarsi da un percorso quando capisce che non è più quello giusto da seguire.

Share:

Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *